“Helplessness” dei Fleet Foxes, è già un caposaldo per gli anni Dieci della musica Usa
Qualcuno deve averci pensato un sacco e alla fine ha partorito una nuova etichetta per definire il suono di band come Fleet Foxes e My Morning Jacket – la cosa più calda del momento sulla scena d’oltreoceano. L’ha chiamato “Cosmic Americana” e devo dire che non è male.
19 AGO 20

Qualcuno deve averci pensato un sacco e alla fine ha partorito una nuova etichetta per definire il suono di band come Fleet Foxes e My Morning Jacket – la cosa più calda del momento sulla scena d’oltreoceano. L’ha chiamato “Cosmic Americana” e devo dire che non è male. Del resto la contaminazione è vastissima, sia in termini spaziali che temporali e tiene conto come minimo dell’ultimo mezzo secolo di musica Usa con addizione di tradizione britannica, vari filoni folk antichi, canti popolari ai confini con l’etnomusicologia, ma anche il suono dei raduni di fine Novecento – Woodstock, Wight, Monterey – e di quelli d’inizio Ventunesimo secolo, misteriosi techno-bucolici raves inclusi. Il fatto è che la musica sta marciando decisa di questi tempi e lo fa in un modo così ellittico e complesso che è tutto un congiungersi di passato e presente, di classico e ricerca, di sistematizzato e d’indefinibile. Seduti su questi crocevia ci sono gli ideologi delle band sopra citate, avanguardia di un plotone nutritissimo, che è quello da cui ci attendiamo cambiamenti e sorprese eccitanti nel prossimo futuro, degno d’essere seguito con la devozione che la musica ancora riesce a estorcerci. Ed è certamente un evento l’uscita di “Helplessness”, secondo, sospirato album dei Fleet Foxes, nel frattempo assurti a battistrada del suono possibile e necessario per questi nostri tempi. Del resto l’impatto del disco è impressionante: non capita infatti spesso di realizzare nel giro di pochi minuti d’essere all’ascolto d’una pietra miliare del suono contemporaneo quale è “Helplessness”. Tutto di una qualità e d’una solennità intimidente, a partire dalle architetture vocali del sestetto di Seattle, che hanno la capacità di connettersi direttamente con quelle che inventarono Byrds, Simon & Garfunkel, Poco e Buffalo Springfield quando c’era Richard Nixon in circolazione, al tempo stesso non definendosi come un rifugio archeologico, ma come un efficacissimo sistema di riuso dinamico di uno strumento culturale quale, appunto, era quella vocalità d’un tempo, che riprende così miracolosamente vita oggi.